La Consulta si apre, e parla con tutti gli italiani.
Da qualche giorno, l’opinione pubblica sente parlare il presidente della corte costituzionale, e ancor più ne sente parlare, su giornali e tv. Due novità, specie la seconda, non da poco. Se c’erano state nel tempo aperture della Consulta verso l’esterno, queste non erano mai indirizzate, come oggi, alla pubblica opinione, quanto a segmenti specifici della stessa. Tanto da giustificare, a tutt’oggi, una diffusa e confusa opinione che impropriamente assimila i giudici della consulta ai magistrati delle varie magistrature. Ne sente parlare bene e male, la nostra opinione pubblica, come è normale e giusto che sia. Ma anche con i pregiudizi che accompagnano la lunga presenza sulla scena pubblica, solo in parte su quella politica, del nuovo presidente della Corte Giuliano Amato. Amato di nome, è assai più stimato o avversato: profondamente stimato da chi ha una conoscenza non superficiale del suo bagaglio non usuale di competenze ed esperienze;criticato da chi lo giudica sulla base riduttiva, deformante ma resistente del luogo comune. Nel caso, luoghi comuni di quelli irresistibilmente ghiotti per i palati populisti.
In sintesi, questi: un appetito di potere quasi famelico, da farne il nuovo “rieccolo”, il novello Fanfani (un bel luogo comune anche questo). In realtà, tutti i prestigiosi ruoli ricoperti da Amato – politici, giuridici, economici,nazionali o internazionali,culturali, come la presidenza dell’enciclopedia Treccani – derivano da un potere politico da lui mai posseduto e, carte alla mano, mai cercato. Poi, una certa venalità, quei “trentuno mila euro” di presunto reddito da pensione, di cui una parte dato in non citata beneficenza: indicati sempre al lordo, con tecnica acida da cui trapelano intenti ben più’ denigratori che informativi. Infine, quelle mani messe nei nostri conti correnti in un frangente assai complicato della nostra lira: un insopportabile sopruso, con il criterio del luogo comune; un servizio alla nostra economia, secondo la valutazione di tanti esperti della materia. Non solo macro, ma anche micro.
Questa analisi non cerca un ritratto del personaggio, quanto una valutazione prima istituzionale e poi politica dello stato del paese. Quanto ad un possibile ritratto, con una sintesi assoluta, sembra di vedere un fenomeno inedito di bullismo politico, ispirato da un fenomeno non altrettanto inedito di ostilità primordiale verso una evidente statura culturale a largo spettro, non accompagnata da altrettanta statura fisica. Due caratteristiche, queste ultime, che sembrano aver generato inettitudine e disinteresse alla autodifesa.
Si può invece felicemente rilevare come, d’un tratto, a fronteggiare la sconfortante e prolungata fase di mediocrità della rappresentanza politica, si sia formata una barriera oppositiva di straordinaria qualità. A tre stadi:il primo, il lungo mandato del capo dello Stato Mattarella, comprensivo di riconferma contro la sua originaria volontà; poi, con un gesto di grande potenza istituzionale, ma di assoluta compatibilità all’interno del nostro sistema costituzionale, l’affidamento dei compiti di governo a Mario Draghi, una personalità pubblica di indiscutibile riscatto rispetto alla pericolosa mediocrità di cui sopra. Da ultimo, pur nel rispetto formale del rito scarsamente meritocratico dell’attribuzione per anzianità di ruolo, l’avvento al vertice della Consulta di Giuliano Amato, fino a configurare un pacchetto di figure complementari a protezione della tenuta politica, istituzionale, costituzionale e quindi democratica del paese. In grado di muoversi, i tre presidenti, con reciproca integrazione di competenze e obiettivi nel solco delle emergenze che hanno ispirato il messaggio di nuova investitura del capo dello Stato. Nell’anno forse più difficile della nostra avventura democratica, e a fianco di una campagna elettorale che non vedrà esclusione di colpi, più di tanto non si poteva sperare.

montesquieu.tn@gmail.com
by La Stampa

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