Il bel volume fotografico della Fondazione Gramsci, che ripercorre le vicende dei comunisti italiani, potrebbe essere l’occasione per una riflessione anche sulle scelte dei suoi eredi

Nell’abbondantissima produzione editoriale che per l’intero 2021 ha celebrato il centenario del Pci, confermando un’egemonia che almeno in libreria sembra ancora inscalfibile, sarebbe un peccato perdersi il bel libro fotografico «In movimento e in posa – album dei comunisti italiani» (Fondazione Gramsci – Marsilio), a cura di Marco Delogu e Francesco Giasi. Per l’occasione, l’altro ieri, anche la vecchia sede di via delle Botteghe Oscure, in un certo senso, ha riaperto i battenti, almeno per un giorno, ospitando la presentazione del volume nell’atrio disegnato da Giò Pomodoro, in cui ancora campeggiano la bandiera della Comune di Parigi e il busto di Gramsci.

Giustamente, la prima foto che si incontra nel libro è quella di Amadeo Bordiga, da cui inizia la storia del partito ripercorsa per sommi capi ma senza reticenze nell’introduzione. Il fondatore e primo capo del Partito comunista d’Italia (come si chiamava allora) si era sempre distinto per l’ostinata contrarietà alla vita parlamentare e amministrativa, considerava «mefitica» l’aria del Parlamento, non volle mai candidarsi ed era «poco propenso ad alleanze e compromessi» (alla fondazione Gramsci, di cui Giasi è direttore, è rimasto un certo gusto per l’eufemismo, retaggio forse di un tempo in cui era prudente sapere come smussare gli aggettivi). Motivi per cui Bordiga si guadagnerà anche non benevole citazioni da parte di Lenin nel famoso opuscolo «L’estremismo, malattia infantile del comunismo».

Per i comunisti italiani, a ogni modo, il fascismo e la lunga clandestinità rappresenteranno un monito incancellabile contro i rischi del settarismo. Ma non meno vivida rimarrà nella memoria dei dirigenti la dura esperienza delle purghe staliniane, e degli ordini e dei contrordini impartiti da Mosca a seconda delle esigenze della politica sovietica (cui Bordiga, è giusto ricordare anche questo, non si piegò mai, essendo anzi tra i pochi ad avere avuto il coraggio di polemizzare direttamente con Stalin).

Di qui, forse, il sollievo che si intuisce nel tono con cui Palmiro Togliatti, appena rientrato in Italia, scrive alla moglie, Rita Montagnana, ancora a Mosca, lamentandosi del fatto che «sono finiti i giorni della beata clandestinità!». È il momento della svolta di Salerno. «E ora dopo la formazione del governo, è ancora peggio», prosegue Togliatti. «La portinaia e la ragazza che mi fa da mangiare mi chiamano “cavaliere”! Ma la cosa più curiosa è che, almeno per ora, non mi possono più arrestare: i commissari di pubblica sicurezza, che sono rimasti press’a poco gli stessi, mi guardano con l’aria di chi non ci capisce più niente, anzi, sono costretti a chiamarmi “eccellenza”, e i carabinieri a farmi il saluto col fucile!».

Al di là dell’ironia di Togliatti, e della storia, è quello il momento decisivo, in cui si gettano le basi dell’unità delle forze democratiche che insieme guideranno la Resistenza, scriveranno la Costituzione e avvieranno la ricostruzione dell’Italia. Un percorso non facile e non scontato, specialmente per i comunisti italiani. All’indomani dell’attentato a Togliatti, ad esempio, l’Italia sfiora la guerra civile. Ci vuole tutto l’impegno del gruppo dirigente per evitare che nel partito prevalgano le spinte insurrezionali e avvenga l’irreparabile.

Ripercorrendo oggi quella storia, per come la restituisce l’immediatezza delle immagini contenute nel libro (comprese le fotografie di alcuni dei più famosi fotografi internazionali, da Margaret Bourke-White a Robert Capa), non si può non rimanere colpiti da questo sforzo costante, da questa difficile e contraddittoria battaglia per mobilitare, ma anche per disciplinare, per accendere gli animi, ma anche per moderare le passioni, per chiamare alla lotta, ma anche allo studio, alla discussione, al compromesso. Non per niente, in uno dei momenti più difficili, quando le grandi conquiste democratiche appariranno nuovamente in pericolo, è a quella fase iniziale che Enrico Berlinguer tornerà a guardare, parlando di «nuovo grande compromesso storico» (essendo il vecchio compromesso, per l’appunto, quello tra il Pci togliattiano e le altre forze antifasciste, a cominciare ovviamente dalla Dc).

Questa traiettoria, ovviamente, non cancella le contraddizioni e le reazioni di quelli che di compromessi non vogliono nemmeno sentir parlare, né ai tempi di Togliatti né ai tempi di Berlinguer. Un modo di pensare, di sentirsi e di autorappresentarsi che emerge anche dalle parole di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della sera, quando nel 1974 scrive che «il Partito comunista è un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese umanistico in un paese consumistico». In altri tempi lo si sarebbe chiamato forse senso di superiorità antropologica. Ma quando la strada del compromesso storico si rivelerà senza uscita, lo stesso Berlinguer ripiegherà in fondo su qualcosa di simile, trincerandosi dietro la denuncia della «questione morale».

È ripensando in particolare a questi passaggi che l’intera vicenda del Pci, con tutte le sue contraddizioni e i suoi passi falsi, sembra assumere dunque l’aspetto di una lenta, difficile ma progressiva e infine vittoriosa battaglia per portare un grande movimento popolare nelle istituzioni democratiche, e al tempo stesso, necessariamente, per affrancarlo dal populismo.

Quanto poi si possa dire che a questo lascito i suoi eredi siano stati fedeli, lascio giudicare al lettore.

(Francesco Cundari by LINKIESTA )

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