Giudicare la candidatura di Berlusconi con il metro della Costituzione . Nella corsa verso il Quirinale si fronteggiano due tendenze , che rimandano a due tipologie di candidati . La prima, popolata di soggetti “nascosti”, nel curioso timore di essere scoperti; l’altra, esibita platealmente, riconducibile al candidato Silvio Berlusconi . Bollato come “divisivo, non lo e’ a priori più degli ultimi candidati eletti: tutti schierati politicamente , e poi riconosciuti come i presidenti dell’intero paese .

Fino a sfociare nell’affetto palpabile che gli italiani dimostrano nei confronti del presidente ancora in carica . Il giudizio su un ipotetico settennato berlusconiano suggerisce di deporre l’ascia dell’avversione politica , che riverbera la stessa accusa su chi la impugna . E di rifuggire dal gesto estremo di un nuovo Aventino , a quasi un secolo dal precedente. Assodata la legittimità giuridica della candidatura, al momento non contestata, l’indagine si sposta sulla compatibilità del candidato con i nostri principi costituzionali .

A partire da una considerazione inoppugnabile : il ridotto armamentario costituzionale del nostro capo dello Stato diventa “fisarmonica”( cit. Amato), durante il ventennio dei governi di centro destra , per la vivace indisciplina costituzionale del capo di quei governi. Basta ripartire dal primo atto di sfida , diretto a raschiare le prerogative del capo dello Stato nel procedimento di formazione dei governi: proprio l’indicazione sulla scheda elettorale del candidato alla guida del governo. A un certo punto, addirittura per legge . Poi, nella formazione del primo governo Berlusconi, la provocatoria indicazione di un improponibile Cesare Previti quale guardasigilli .

Più che una sfida. Più avanti, ponendo a capo delle commissioni giustizia delle camere , con Il compito di riscrivere le leggi in materia, i propri legali nella forsennata contesa giudiziaria di quegli anni ( e non solo). Conflitti di interessi , sovrapposizioni di poteri inauditi , fino ad allora. Ancora? Trasformando il più notarile degli atti presidenziali , la promulgazione delle leggi, nell’ ineluttabile schiaffo di rinvii alle camere di leggi ad personam. Più avanti il cavaliere in persona, nel frattempo autinominatosi vessillo di un garantismo costituzionale autoprotettivo , come scudo, denunciava formalmente alla procura competente le frequentazioni tra esponenti della coalizione avversaria e portatori di Interessi finanziari ed economici .

Un primato di giustizialismo aggressivo . Sono appena gli inizi di un ricco capitolo, ricco di contrasti e provocazioni istituzionali , diretti a trasferire la centralità dal parlamento al governo . Lo interrompiamo qui, per fare spazio ad un tema addirittura più inquietante, per la stessa dignità della nostra democrazia . Senza enfasi , per la sua tenuta. Tema che occhieggia qua e là’ , quasi incidentalmente . Il tema della circolazione , libera o stimolata, di grandi elettori dalle posizioni originarie , applicata al momento supremo dell’elezione del capo dello Stato.

Del garante della Costituzione. Un’ ipotesi da brividi . I E’ trascorso un decennio abbondante dal voto con cui la Camera ha confermato la fiducia ad un governo che pareva destinato a cadere .Un voto assai distante da quello precedente, l’approvazione della legge finanziaria del 2011. Un mistero ancora fitto, su una tempistica concordata tra i presidenti delle camere e il capo dello Stato del tempo . E’ necessario che il campo venga sgombrato dal sospetto , anche l’ombra, che l’elezione del capo dello Stato possa essere inquinata da torbide manovre . L’appello a vigilare, senza esitazioni , va rivolto a chiunque abbia un titolo per farlo . Politica , informazione , ed altro , ricorrendone gli estremi .

montesquieu.tn@gmail.com
by La Stampa

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