Ha cominciato poco più che bambina a salire su un palcoscenico, quello del teatro Guglielmi di Massa, che, poi, le è rimasto sempre nel cuore, e ha capito subito che il suo fuoco per l’arte teatrale era assolutamente autentico e non si sarebbe spento mai più: Alessandra Evangelisti, giovane attrice originaria di Massa, ha già alle spalle una brillante carriera costellata di successi e un ruolo molto importante nella divulgazione del valore della memoria, a livello locale ed anche nazionale. A Massa, dunque, è nata e ha mosso i suoi primi passi fino alla maturità conseguita al liceo classico Rossi. Poi ha lasciato la sua città natale prima per laurearsi in lettere moderne con indirizzo musica e spettacolo all’università di Firenze e poi per spostarsi a Roma e cominciare la formazione attoriale specifica presso la scuola di recitazione “Il cantiere teatrale” diretta da Paola Tiziana Cruciani, sotto la guida di Augusto Fornari, Alessandra Fallucchi, Marco Simeoli e Stefano Fresi. La sua carriera in teatro comincia nel 2002 con “Il berretto a sonagli” di Pirandello per la regia di Fernando Petroli con il quale lavorerà più volte. Nel suo curriculum ci sono molti dei classici teatrali per eccellenza, da “Le Baccanti”a “Sogno di una notte di mezza estate” a “Aspettando Godot”, solo per citarne alcuni, e c’è anche una collaborazione di veste di aiuto regista nel “Macbeth” diretto da Gabriele Lavia. E poi: cinema e fiction con ruoli in docufilm di rilievo come il Michelangelo della Bbc e le fiction “Furore” di Canale 5, “Il commissario Rex” di Rai 1 e “ Il peccato e la vergogna 2” di Canale 5. E infine i suoi fiori all’occhiello: il progetto Memobus, teatro itinerante nei luoghi della memoria di Massa e il Memofest, manifestazione culturale dedicata alla memoria, svolta prima a Massa e adesso a Seravezza. Sono tante e tanto grandi le passioni di Alessandra Evangelisti. Diari Toscani l’ha incontrata e ha parlato con lei della sua storia e dei suoi progetti.

Come è nata la sua passione per il teatro?

È nata negli anni novanta, quando frequentavo la quarta ginnasio al Rossi. In quel periodo, al teatro Guglielmi di Massa venivano fatti allestimenti molto importanti. Quando venne Gabriele Lavia a fare le prove per il “Giardino dei ciliegi” di Anton Cechov, io mi inchiodai alla platea ed assistetti a tutte le prove per un mese. Avevo praticamente imparato tutte le battute a memoria e nei miei sogni di ragazzina speravo che un’ attrice si rompesse un mignolo, in modo che io potessi salire sul palco e sostituirla.

Con Lavia, poi, lei ci ha lavorato…

Sì, ma non come attrice. Sono stata sua assistente alla regia ed è stata un’esperienza molto bella.

Che cosa è scattato dentro di lei quando seguiva le prove del “Giardino dei ciliegi”?

Guardavo gli attori che stavano in teatro otto ore al giorno e pensavo che volevo fare la stessa cosa. La passione per il teatro ce l’avevo già, perché sin dai dodici anni avevo recitato nella compagnia di teatro dialettale Città di Massa, che esiste ancora oggi, ma guardando le prove dello spettacolo di Lavia ho capito che quella era la mia strada.

Il suo primo placo è stato, quindi, quello del Guglielmi…

Sì, ancora oggi, quando passo davanti al Guglielmi sento che mi manca. Mi manca proprio quel teatro lì, che per me è stato l’imprinting. Ricordo persino l’odore che ha il Guglielmi, che, per me, non ha nessun altro teatro.

Dal Guglielmi poi ha spiccato il volo…

Prima sono andata a Firenze, su suggerimento dei miei genitori, dove mi sono laureata in storia del teatro e dello spettacolo e poi a Roma, dove ho fatto un provino per entrare nell’accademia di Paola Tiziana Cruciani e sono stata presa. La Cruciani è stata un’allieva storica di Gigi Proietti e praticamente tutti gli insegnanti della sua scuola si sono formati con Proietti, per cui il metodo che ho seguito con loro era il suo. Ho fatto una formazione rivolta alla commedia anche se, poi, mi sono dedicata pochissimo a questo genere, perché il mio interesse si è concentrato di più sulle tematiche del teatro civile e storico.

Da questo punto di vista il suo legame con Massa è rimasto molto forte. Lei dove vive, oggi?

Vivo a Roma, ma tante cose le faccio a Massa e questo nasce dalla storia della città. Io ho iniziato a collaborare con realtà storiche in altre zone d’Italia. Nel 2010 ho fatto lo spettacolo Memobus in Trentino. Si trattava di un bus che attraversa i luoghi della memoria di Trento, nel quale io ero una delle attrici. A Trento la memoria storica si riferisce, soprattutto, alla prima guerra mondiale e facendo quell’esperienza mi è venuta in mente la ricchezza storica di Massa in relazione alla seconda guerra mondiale e ho pensato di proporre il progetto nella mia città.

Ci racconti del Memobus a Massa…

Massa ha una storia molto densa e drammatica nel periodo della seconda guerra mondiale. La mia proposta mirava a creare uno spettacolo che ripercorresse i luoghi della Resistenza e delle stragi nazifasciste. Il Memobus è stato fatto per 8 anni consecutivi: abbiamo fatto migliaia di spettatori tra alunni delle scuole di Massa e cittadini. Il progetto si svolgeva nell’arco di una settimana con un programma intensivo. Lo spettacolo era in piazza Aranci, dopodiché ci si spostava in piazza Felice Palma, che era ancora la piazza del capolinea delle corriere, e si saliva sul bus che ci portava a visitare i luoghi di cui avevamo parlato nello spettacolo. Si andava fino alle Fosse del Frigido, poi di nuovo in centro e dopo a Forno e si concludeva il tour della memoria al museo della Resistenza di Massa.

Il progetto esiste ancora?

Al momento no. Venne interrotto col cambio di amministrazione e poi per effetto del Covid, ma non è escluso che si potrebbe riprendere, ovviamente se si trovano i finanziamenti necessari per farlo.

È, comunque, un progetto facilmente esportabile…

Sì, io vorrei che venisse fatto in tutte le città che hanno storie da raccontare. Per ora è stato presentato a Torino, a Trento e a Massa, che è stata la tappa con la durata più lunga. Per ogni città lo spettacolo viene scritto da zero e si deve fare un grande lavoro di ricerca storica e anche di memorie personali attraverso gli ultimi testimoni ancora in vita che in genere, all’epoca della seconda guerra mondiale erano bambini. Negli spettacoli, infatti, raccontiamo tante storie di bambini mettendo in luce il loro punto di vista su quella immensa tragedia.

Com’è la vita di un attore, oggi?

Non è facile. Io preferirei lavorare solo nel teatro, ma non è possibile, quindi, come moltissimi attori, faccio provini per entrare nelle fiction o nel cinema. Ne ho fatti due anche la settimana scorsa. E poi, si resta in attesa di una risposta.

E la situazione del teatro, oggi, dopo due anni di pandemia?

Già non era facile prima, ora è ancora più difficile. Io, poi, vengo da uno stop ancora più lungo perché ho una bambina di due anni, per cui ho avuto prima la gravidanza, poi la maternità e poi la pandemia. In questo periodo ho cercato di occuparmi di progetti culturali che mi permettessero di stare ferma in un luogo e molti di questi sono sul nostro territorio.

Come il Memofest ….

Esatto. Lo dirigo da quattro anni e l’ho creato da una costola del progetto Memobus, infatti il nome è un chiaro rimando a quell’esperienza. Il Memofest, che nelle prime due edizioni si è tenuto a Massa, poi, per divergenze con la precedente amministrazione, è stato trasferito nel Palazzo Mediceo di Seravezza, è il primo festival in Italia che si occupa della memoria a 360 gradi. Non trattiamo solo la memoria dal punto di vista storico: ci sono progetti specifici sulla storia locale legati ai fatti della seconda guerra mondiale e sull’olocausto, ma ci sono anche progetti sulla memoria negli ambiti dell’attualità, del giornalismo, dello sport, della cultura, del teatro e della musica. C’è, insomma, tutta la storia italiana recente e nei tre giorni del festival, che si tiene ogni anno, ad inizio estate, invitiamo ospiti illustri per affrontare le varie tematiche. Abbiamo avuto Ilaria Cucchi, un neurologo che spiegato le dinamiche dell’Alzheimer, Serena Dandini con il suo spettacolo comico sulla memoria, Pier Camillo Davigo, Francesco De Gregori, Vinicio Capossela e molti altri. È un progetto in cui investo molte energie e che considero come il mio primo figlio.

Lei ha di recente interpretato la figura di Enrica Calabresi, docente universitaria ebrea morta suicida per evitare la deportazione nel 1944 nello spettacolo intitolato “Diario di guerra”…

Si tratta di un evento collaterale al Memofest che si è tenuto il 10 dicembre al Teatro Scuderie Granducali di Seravezza e che verrà replicato in occasione della giornata della memoria dell’olocausto, il 27 gennaio. È stata l’occasione per raccontare la storia di una donna straordinaria per il suo tempo. La Calabresi era un’ebrea originaria di Ferrara che fu tra le prime donne italiane a laurearsi in scienze naturali. Era appassionata di zoologia e di anatomia degli animali. Divenne docente universitaria prima a Firenze poi a Pisa cosa rarissima per l’epoca in cui visse, e fu anche insegnante di Margherita Hack. La Calabresi insegnò fino alla promulgazione delle leggi razziali in Italia. In seguito continuò ad insegnare clandestinamente ai ragazzi ebrei nella sinagoga di Firenze finché venne arrestata dai nazisti che la destinarono ai campi di concentramento in Germania. La Calabresi aveva capito che sarebbe stato un viaggio senza ritorno per cui, preferì uccidersi bevendo una boccetta di veleno che teneva con sé piuttosto che salire sul treno della deportazione. Era una donna di grande spirito e determinazione, morta molto giovane: un personaggio che merita di essere approfondito e conosciuto.

Il tema della memoria e l’importanza del ricordo degli eventi della seconda guerra mondiale sono elementi molto importanti per lei. Come è nato questo suo interesse?

Tutto è nato da alcune collaborazioni che ho fatto come attrice. In particolare da una, la più forte e tra le più importanti della mia vita, che è sicuramente l’origine di questa mia passione. Alcuni anni fa ho avuto la possibilità di fare l’attrice sul treno della memoria ad Auschwitz. Leggevo pezzi di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, all’interno del campo, in mezzo alla neve per i ragazzi italiani che venivano in visita con la scuola. Nel pomeriggio facevo uno spettacolo di una ventina di minuti nel ghetto ebraico di Cracovia, anche lì sotto la neve. È stata la mia prima esperienza nel teatro fuori dagli ambienti teatrali che poi è diventato uno dei miei interessi principali. Oggi, infatti, è importante il teatro a teatro ma è fondamentale anche il teatro fuori dagli spazi teatrali perché ti permette di catturare l’attenzione di un pubblico che, normalmente, a teatro non ci mette piede e perché ti dà la possibilità di raccontare una storia nel luogo in cui è avvenuta.

Lei è anche impegnata in spettacoli e letture per bambini…

Sì, per i bambini e per i ragazzi delle medie ho fatto uno spettacolo sulle fiabe di Rodari la scorsa estate, mentre per gli studenti delle scuole superiori propongo laboratori teatrali finalizzati alla messa in scena di spettacoli. Questo secondo progetto è molto importante per me e lo sto portando avanti, insieme a una collega attrice, a Trento e in altre città, ma non a Massa, dove mi piacerebbe arrivare presto. È un progetto che si inserisce nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro prevista per le superiori e che nell’arco di una settimana concentra un percorso in cui viene affrontata una tematica storica o di altra natura e si mette in scena uno spettacolo fatto dai ragazzi nei luoghi considerati dal progetto, sia per i compagni sia per i cittadini.

Il teatro, oggi, ha ancora un futuro?

Secondo me sì, a differenza del cinema in sala che, purtroppo, temo sia finito. Resteranno, forse, piccole sale per cinema d’essai, ma le grandi sale spariranno. Per il teatro, invece, sarà diverso perché il teatro è un’esperienza e un ‘emozione che può avvenire solo in quel luogo, mentre il cinema può essere fruito attraverso molti strumenti.

Com’è la realtà del teatro con il Covid?

Oggi, le grandi produzioni, con molti attori, hanno molte difficoltà a portare in giro spettacoli perché tutto può facilmente incepparsi per la presenza di un positivo nella compagnia. D’altronde, quello dell’attore è uno dei pochi mestieri che non può assolutamente essere fatto con la mascherina e per lavorare in totale sicurezza si dovrebbero fare tamponi ogni giorno di prove e di spettacolo. Quindi adesso siamo ancora lontani dal teatro che c’era prima del Covid. Si possono vedere buone produzioni solo in estate. Per ora ci sono solo produzioni con uno o due attori, per ridurre i rischi.

Che cosa sta facendo in questo momento?

Sto portando avanti progetti con città di Trento dove abbiamo finito di scrivere un’ audio guida per il cimitero monumentale che racconta le molte storie che ci sono all’interno e dà indicazioni per visitare i punti di interesse. Sempre all’interno del cimitero di Trento faremo uno spettacolo itinerante con i ragazzi delle scuole superiori che hanno fatto ricerche relative alla prima guerra mondiale.

BY DIARI TOSCANI

Di Vinicia Tesconi

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