Come difendersi da una deriva asintomatica della democrazia
Alla fine, dopo avere rischiato l’osso del collo, l’Italia si ritrova fortunosamente con tre superpresidenti: al Quirinale, a palazzo Chigi , alla Corte costituzionale. Ancora una volta , però, la difesa della democrazia si affida ad un istinto in sé non democratico, quello di fermare il tempo , di aggrapparsi ai valori collaudati . Di surrogare, arginandola, una politica che non riesce da anni a dare un governo al paese, ad eleggere il supremo garante della democrazia. Un paradosso. Ma la prospettiva , il futuro danno angoscia. Per nostra fortuna , nei magazzini delle istituzioni si trova ancora qualche scampolo pregiato, di alta qualità culturale e democratica , di antico senso dello Stato : prevalentemente legato ad una stagione in cui partiti politici e principi costituzionali convivevano serenamente . Oggi, nell’occasione più solenne , un protagonista politico notoriamente ignaro della materia, si è issato a giuria monocratica di un concorso ad elevatissimo tasso di cultura costituzionale, istituzionale , politica, civile, morale, internazionale : la scelta del custode e garante della nostra ossatura democratica. E nessuno lo ha fermato.
Un piano inclinato, di quelli che sembrano non terminare mai, ma che all’improvviso finiscono con un tonfo. Ed è tardi. I rischi di una deriva, di una rottura inconsapevole, “ asintomatica”, della democrazia, non sono poi così astratti; e con i mezzi di fortuna si possono solo sospendere, tenere lì, appesi. Né ci si può affidare all’attesa impotente ed inerte di una migliore qualità dell’offerta democratica in una prossima elezione. Se si esclude l’indifferenza , figlia dell’ignoranza, rimane l’ esplorazione di due vie di uscita possibili. Una , ventilata da ambienti sensibili e consapevoli, è la via delle riforme , a partire dalla Costituzione. Anzi, a partire da una nuova Costituzione, da partorirsi da una apposita Assemblea Costituente . Idea ambiziosa e corretta, se non rischiasse di essere gestita dai potenti di oggi, quelli visti all’opera in questi giorni ; e di esaltarne la distanza dai veri costituenti, quelli di ieri.
Assai più semplice e meno avventurosa la via della rialfabetizzazione della rappresentanza politica all’uso della Costituzione scritta : se non la più bella del mondo, ancora un modello organico di pregevole scrittura e di facile uso. Non richiede alla comunità politica in servizio alcuno sforzo di elaborazione : ma solo la riattitudine, la rieducazione all’uso puntuale di norme chiare e coerenti, quali si trovano ancora scritte, facendo bella ( e oggi ingannevole) mostra di sé, nella nostra Carta. Sopravvissute ad alcuni goffi tentativi di riscrittura , e soprattutto alle scarse e rustiche velleità di cultura costituzionale delle ultime generazioni della politica.
Per cominciare, ed in premessa, partendo da un obiettivo perseguibile con la prossima, ineluttabile legge elettorale, quale ne sia l’impianto: l’elezione senza eccezione da parte degli elettori di deputati e senatori , in luogo del reclutamento con nomina in voga, gradualmente, dal lontano 1994: per ricucire la corretta relazione tra elettori spodestati ed eletti apolidi. Quindi , imponendosi il dovuto rispetto di alcune norme della nostra carta costituzionale. L’articolo 49, sulla forma e sostanza dei partiti: associativi, collegiali , finalizzati allo sviluppo del paese , guidati dalle scelte democratiche degli affiliati e non dalla forza, economica o di ricatto, di un capo. Servirà una legge attuativa, che i partiti di un tempo non fecero, colpevolmente, per tenersi le mani libere : basta guardare alla Germania, prenderne esempio. Una legge che leghi la fruizione di un ristabilito finanziamento pubblico dei partiti , ad una puntuale osservanza degli obblighi connessi ai dettami dell’articolo 49. Per uscire dalle sirene mortali del populismo. Poi , questi parlamentari finalmente riconnessi al popolo sovrano rivendicheranno l’autonomia e la generale rappresentanza( non è una contraddizione) disegnate nell’articolo 67 della Costituzione: quelle che nei primi quarantacinque anni di Repubblica hanno stretto ai propri partiti gli eletti, con qualche rarissima e nobilissima eccezione. Prima dell’incontenibile vagabondaggio degli ultimi lustri .Infine , la sintesi è necessaria, servirà restituire alle Camere le proprie prerogative , funzioni , e responsabilità costituzionali, a partire dal procedimento di formazione delle leggi , secondo l’articolo 72 della Costituzione. Sarà preziosa l’opera complementare dei tre grandi presidenti, a custodire la costituzione, a rispettare le camere, a tenere strette legislazione e costituzione. A dirimere i conflitti tra gli organi.
Da cosa potrà venire cosa, poi. Come accadde, se possibile, una settantina di anni fa.
montesquieu.tn@gmail.com
by La Stampa

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