Da piccolo, il confine sicuro era quello dell’orto, un discreto, quanto inospitale appezzamento di terra, sassoso e invaso da erbacce e rovi, con al centro un grande olmo, rifugio di varie specie di volatili tra i quali, con l’oscurità, la civetta. Via del Papino era trafficata ma non come ora, l’immediata frontiera a sud veniva rappresentata dai palazzi chiari dell’Ater, mentre la “terra di nessuno” era di sicuro Via Tamerici con i suoi quattro palazzi che m’intimoriva solo nominarli.

Poi crescendo, si sono accorciate le distanze ed è diventato tutto più famigliare, tante storie concentrate in pochi metri, personaggi indimenticabili e macchiette uniche, una vita condivisa anche con disagio e varie difficoltà ma mai opaca o banale. C’era la Standa ma a farla da padrone erano i negozietti, la Carlina che aveva due vani di vendita e una focaccia unta da risvegliare i morti, la Cecca poco più in là con ottimi prodotti da banco, frutta e verdura, Ernestino sull’Aurelia sempre reperibile, dal doppio locale comunicante, alimentari e bar, Piercà che era un’altro bar, rinomato per le sue merende ricche, dai salumi al lardo e meta di approvvigionamento per le nocciole dei piccoli distributori e i gelati, prima Toseroni, poi Algida e Sammontana.

I capelli da uomo li faceva il mitico Ildo che aveva un piccolo fondo all’ inizio della strada che divideva con la parrucchiera Grazia, mentre per il mobilio di varia pezzatura, gli elettrodomestici, ed i rifornimenti di carburante, c’erano Marino e Piergiacomo Bianchi, la merceria era tutta della Carolina,  l’edicola del casottino per giornali e piccole, dolci, soddisfazioni. Poi c’erano gli ambulanti che vociavano per farsi sentire, tra tutti l’arrotino, il pescivendolo che si credeva Modugno con le sue lunghe e stonate cantate, la ricottara, i camion di angurie e meloni. Non c’era un giorno uguale all’altro ed il mio sport preferito era montare sulla vecchia 850 blu della Fiat, ormai inservibile, per fingere di guidare e fare lunghi viaggi, dosando volante, cambio ed acceleratore con i finestrini rigorosamente aperti per salutare nuovi paesaggi, campi, fiumi, laghi ed il futuro incombente che poi avrebbe distrutto tutto.

di Sergio Alessi

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