Era un viaggio che non saprei definire: una deportazione per fini culturali, uno spostamento per ragioni razziste, la più infelice delle tournée artistiche. Strappati ai loro villaggi, africani, ma anche polinesiani o eschimesi, venivano imbarcati dalle autorità coloniali alla volta dell’Europa e dell’America per finire esposti in recinti a loro dedicati.

Spesso venivano prelevati interi nuclei familiari, perché quello che si voleva mostrare in Occidente era una parvenza di quadretti d’insieme, di vita locale dei neri, dei selvaggi, degli abbrutiti. Le gabbie di questi giardini zoologici umani cominciarono nell’Ottocento nei baracconi del circo – dal Barnum in poi – come attrazioni di fantastiche mostruosità subumane; sopraggiunse poi il sigillo scientifico dell’antropologia dell’epoca, per ammaestrare l’accademia e il grande pubblico alle diversità razziali e alla superiorità dei bianchi; infine, le trombe degli imperi coloniali ricamarono sopra queste esibizioni umane le pagine più visibili della proprie adunate propagandistiche.

A questi zoo umani è dedicata al grande museo africano di Tervuren di Bruxelles, una singolare mostra che costituisce anche una riflessione su una forma di viaggio atroce – fisica per le cavie da esposizione, mentale per gli incuriositi visitatori europei.

I curatori insistono sulla pratica diffusa di questi padiglioni di pigmei, boscimani, berberi, o altri africani: insieme a giraffe e leoni, erano teche di villaggi africani, con gli indigeni costretti a mostrarsi con tutti gli stereotipi del caso – semi nudità, tamburi, ciotole di legno, parole e canti incomprensibili, bambini scalzi, eccetera. Il pubblico apprezzava divertito, e lanciava noccioline o banane.

Questi spettacoli arrivarono anche in America e un po’ ovunque in Europa, anche in Italia, dalla prima mostra di indigeni a Genova nel 1882 all’ultima a Napoli nel 1940, passando per Palermo, Torino, Como, Milano, Roma, Firenze

La mostra di Tervuren sottolinea questo aspetto corale dell’Occidente, così come, nella prefazione di Cuore di tenebra di Conrad, leggiamo il lapidario “all Europe contributed to the making of Krutz”, lo spietato trafficante nel fondo del Congo belga.

Tuttavia, la mostra ha il sapore di una tardiva riparazione, e di un tentativo di alleggerire il ruolo del Belgio in questo sinistro feticismo umano, perché proprio nella piccola chiesa prossima a questo colossale museo voluto da Leopoldo II, riposano da inizio Novecento i resti di alcuni pigmei che qui furono deportati, esibiti, e poi lasciati al loro destino.

Il grosso della fiera della colonizzazione è diventato poi il nucleo di uno dei musei africani tra i più ricchi del mondo, ma i pigmei non erano immortali. Il loro scopo permise a Leopoldo II, che non mise mai piede in Congo ma che vi fece sterminare otto milioni di persone a cavallo dei due secoli, di vedere questi sventurati sudditi, per i quali tanto per fare un esempio, furono prescritte misure quali il taglio delle mani per chi si sottraeva al lavoro forzato e fino a cinquanta frustate per i bambini che si permettevano, al cospetto dei bianchi, di ridere.

[10:11, 8/2/2022] Fabio Evangelisti: “I neri sono cibati dal comitato organizzatore”, rassicurava un cartello a Tervuren, come ricorda Adam Hochschild in un libro che è un atto di accusa verso quello sguardo atroce, che era anche un modo di viaggiare atroce, King Leopold’s Ghost“King Leopold’s Ghost: A Story of Greed, Terror and Heroism in Colonial Africa. Era così anche a New York, dove un pigmeo condivideva una gabbia con un orangotango.
[10:11, 8/2/2022] Fabio Evangelisti: La Shoah mise in chiaro fino a dove poteva arrivare il pregiudizio razziale. E con il ridimensionamento dell’occidente e l’avvio della decolonizzazione, e forse ancora di più il meravigliare attraverso il cinema, gli zoo umani persero finalmente d’interesse. Non in Belgio, che ancora nel 1958 tenne l’ultima esibizione di africani dal vivo.

La mostra non spiega questo perseverare nell’errore, anche se registra che in molti, a Bruxelles, criticarono uno spettacolo che ormai disgustava anche i razzisti che pure si divertivano alla lettura di Tintin in Congo di un’icona nazionale come Hergé.

Non è facile esplorare le torbide contraddizioni dei complessi dei bianchi europei. È un terreno pieno di incubi, di spettri. E nemmeno è facile concepire l’aspetto più tragico e più misterioso di questi zoo umani: il viaggio effettuato da questi africani, donne, bambini, anziani, messi a fare le belle statuine, a ballare con danze dal significato folcloristico e incomprensibile per gli europei divertiti, a consumare pubblicamente i loro pasti considerati così animaleschi…

Di nessuno di questi africani
abbiamo una testimonianza

Ma oggi si crede che questi africani guardassero ai bianchi sadici, alle famigliole che andavano al Luna Park delle esposizioni africane sotto casa, come a delle creature diaboliche, animate da un potere cattivo al quale non potevano opporre alcuna resistenza efficace. Finiti nelle loro fauci, furono in pochi, dopo essere stati esibiti, a fare ritorno a casa.

Saartjie Baartman, una donna sudafricana, fu mostrata in mezza Europa come una caricatura della persona umana, e alla sua morte il suo corpo divenne oggetto di studio fino a dissezionarne il cervello, gli organi genitali, gli arti, a farne copie in gesso.

I resti finirono al Musèe de l’Homme di Parigi – era un’Europa dove l’esotismo faceva rima anche con necrofilia. Nel 1994 Nelson Mandela ottenne la restituzione dei suoi resti smembrati. Dire che ora riposano nella sua terra natale, è forse una forzatura, niente di più che una locuzione retorica.

Quanto ai congolesi ancora sepolti in Belgio, da anni si parla di un loro rimpatrio, ma finora i loro corpi restano vicino alle gabbie e ai recinti dove facevano viaggiare la fantasia dei nostri nonni e bisnonni. Perché non era l’Europa del medioevo, ma solo di ieri.

di Niccolò Rinaldi
by REWRITERS

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