Tra sogni e nomadismo di lusso, i bauli sono feticci da trasmigratore che non passano mai di moda. Seguitemi in questo viaggio nel nomadismo di alta gamma.

di Niccolò Rinaldi
by Rewriters

Il viaggiatore, e ancora meglio il nomade, sa bene che tutto quello che davvero occorre in una vita dovrebbe essere contenuto in un baule – quegli abiti, libri, oggetti irrinunciabili e nulla di più. E quel baule, trascinato dietro nelle nostre peregrinazioni, perché questa valigia da metro cubo non è auto-trasportabile ma è pur sempre il più grande dei bagagli a seguito, lo si carica nella stiva di un aereo o nel retro di molte auto. Ma a differenza della valigia – con o senza ruote (io senza, ne scrissi su Rewriters un anno fa) – sono in pochi a possederne uno, perché tanto si accumula ben più di quanto possa stare dentro un baule. 
Eppure questo feticcio da trasmigratore non passa di moda, e io ne conservo tre. Uno era di mio padre quando faceva l’ufficiale, sobrio nel suo marrone e con le sue iniziali stampate sopra; un secondo più basso, rimediato da qualche soffitta, verde scuro con delle chiusure in ottone; e un terzo trovato in una calle veneziana abbandonato e pieno d’acqua. Mia moglie mi guardò storto quando lo trascinai a casa ammuffito, ma ripulito e tinto soprattutto in rosso, anche lui con le sue vecchie chiusure in ottone, svolge bene la sua funzione. 
Perché i bauli sono utili utili per tenerci abiti non di stagione, o la biancheria dei letti, e fungono da tavolini o divanetti, magari con un paio di cuscini sopra. Ma seppure versatili, non sono mai soluzioni stile Ikea, e piuttosto evocano sogni, la mobilità di un’intera vita, la magia delle casse dalle quali i prestigiatori tirano fuori chissacché. E soprattutto un’idea di lusso, perché il baule è la valigia che si fa portare ai facchini, è la valigia di chi viaggia con un signor guardaroba.
Non a caso, di questo lusso solido e utile e mai futile, Louis Vuitton è stato il principale dei pionieri e ancora oggi non rinuncia a produrre bauli che hanno il mercato delle opere da collezionisti, degli oggetti unici,  che si aggiornano con nuove idee.
È un’epopea antica e duratura, raccontata da un catalogo in rete  che si può sfogliare come un viaggio nel nomadismo di alta gamma, e come un catalogo di sogni proibiti per la maggioranza delle tasche, e anche da un libro adeguato a questi bauli, 100 malles de légende Louis Vuitton  non propriamente un tascabile (gran formato in cofanetto, 101€), ma un romanzo storico con un formidabile apparato iconografico di illustrazioni.
Una storia cominciata col senso della praticità – i bauli su misura per i cofani delle auto d’epoca o per contenere l’armamentario completo per esercitare una determinata attività. La dimensione del lusso si è in buona parte aggiunta col tempo, anche per la qualità dei materiali e della confezione – perché non è ammissibile che in viaggio, le cose, e il loro contenitore, si possano rompere.
Inoltre, la costruzione artigianale rendeva possibile la personalizzazione del baule, ben oltre le iniziali del nome o stemmi della ditta e per soddisfare le esigenze, o i capricci o le manie, di qualsiasi viaggiatore.
Ci sono bauli che contengono una doccia montabile, altri che si aprono trasformandosi in tavolino con macchina per scrivere e scaffali per una libreria di volumi irrinunciabili, alcuni nascondono un vero e proprio ufficio volante con tutto l’occorrente, altri ancora contengono tavolo e flaconi per truccarsi e profumarsi come si deve – ovunque si sia.
Ci si stupisce al cospetto di quelli dedicati a ogni sorta di strumento musicale, agli archivi, ai farmacisti e ai medici, sempre con l’uso attento di ogni centimetro disponibile per non dimenticare niente a casa. Un baule nasconde di tutto, anche una sala da gioco, trasformandosi nel fatidico tavolino con panno verde, roulette, fiche, oppure in impianto stereofonico per iPod, o nel più classico nécessaire da picnic.
Un caso limite fu quello di Brazzà, che si avventurò nel Congo con un baule dal quale veniva estratta una brandina da campo, e che conteneva anche un cassetto segreto per documenti confidenziali – e dopo la sua morte, i servizi francesi dovettero ricorrere a Vuitton in persona per trovare l’arcano e recuperare i preziosi fogli dell’esploratore italo-francese.
In molti si accontentano volentieri dei tipici bauli-armadio, con grucce su misura e cassetti per camicie, ma anche in questi casi vi sono design con firme d’eccezione – come quelli di Sharon Stone. Ma accontentarsi non è mai parola giusta, perché bauli così sono sempre una conquista – quello da tè va sugli oltre 40.000€. 
Vuitton fu il primo a utilizzare al posto del cuoio la più solida, economica e leggera tela rivestita, e a concepire il baule come uno strumento di identità personale adattabile ai tempi che cambiano. Borse, e abiti, arrivarono dopo, figli diretti di una moda che non ha mai smesso di fare proseliti – anche altre case di moda hanno avviato la loro produzione di bauli, da Prada a Gucci.
Perché questo ingombrante oggetto, nato per il trasporto ma che può anche restare a fare bella mostra di sé a casa, è un’affascinante antologia di viaggio, di eleganza, di esclusività, di aneddoti –  e chissà quanti bauli così evocativi erano a bordo del Titanic e sono stati accolti dagli abissi. Una chimera per i più, e spesso anche inutile, ma legittima. Perché era proprio vero lo slogan di una pubblicità di Vuitton del 1938: “Mostrami i tuoi bagagli, e ti dirò chi sei”.

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